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Il peso del non essere abbastanza

Introduzione

Ogni volta che leggo notizie che riguardano i suicidi di giovani ragazzi non posso far a meno di provare preoccupazione e una profonda angoscia. Da clinico ma anche da madre mi chiedo cosa si sarebbe potuto fare ma soprattutto come si possa riconoscere una così logorante sofferenza che molto spesso viene nascosta. Un figlio che si “spezza” fa “rumore”? Quali sono i modi in cui il disagio psicologico si presenta, come possiamo riconoscerlo e soprattutto come possiamo intervenire prima che sia troppo tardi? I fatti di cronaca ci mettono davanti ad uno scenario sconvolgente in cui i ragazzi muoiono sotto il peso delle aspettative degli altri. Esami non superati e lauree sempre più lontane, il fallimento accademico è inteso come l’annientamento totale della persona. Non di rado, ormai, questo tipo di sofferenza raggiunge anche gli studenti delle superiori e in alcuni casi delle medie. Dietro il suicidio c’è la disperazione, l’idea che farla finita sia meglio di una vita vissuta sentendosi non abbastanza.

L’importanza di sbagliare

Ma come può nascere questa credenza secondo la quale per essere degni di amore e attenzione è necessario aderire alle aspettative di mamma e papà in primis e degli altri successivamente? Succede quando l’affetto nella relazione primaria passa attraverso la performance come per esempio ostentare, pubblicare sui social e vantarsi di una prova scolastica sostenuta dal proprio figlio. Quando, quindi, la comunicazione tra adulto e bambino è sul fare bene e non sul sentire cosa si prova. Oppure se dinanzi un errore ci diciamo che siamo sbagliati, che non valiamo niente. Quando facciamo paragoni e quando paragoniamo i nostri figli agli altri. In tutte queste circostanze il messaggio che passa è che per essere amato dovrai dimostrare di essere “all’altezza” dell’aspettativa che l’altro ha di te. Se nella relazione con i nostri figli escludiamo la possibilità di sbagliare, la vulnerabilità diventerà un nemico da abbattere e insegneremo loro a provare vergogna davanti una difficoltà. L’errore, invece, ha un grandissimo potenziale di apprendimento ed è un’occasione di maturazione emotiva ed affettiva. Il bambino in grado di accettare la difficoltà impara ad amarsi e ad amare l’altro nonostante i limiti che si possiedono, impara a riconoscere cosa è meglio per lui/lei, a chiedere spiegazioni, aiuto. Riconosce la difficoltà dell’altro la rispetta e non la giudica. Impara che ci si può definire nella propria identità in modi più sicuri da quelli che passano attraverso gli altri o l’esterno ovvero basandosi su ciò che si pensa o si prova realmente. Sbagliare non è sentirsi sbagliati.

Accorgersi e chiedere aiuto

Il modello relazionale basato sulla performance non ha solo nel suicidio la propria realizzazione, purtroppo è provato il suo profondo potere anche nei disturbi dell’alimentazione. I danni che i figli potrebbero subire psicologicamente ed emotivamente sono molto più estesi di quanto immaginiamo. Urlano in silenzio la loro disperazione perché è intollerabile e vergognoso non riuscire ad essere abbastanza. Questo è il vero circolo vizioso da interrompere per poter risollevare la situazione e sperare in una ripresa. Essere genitori consapevoli significa rendersi conto del proprio modo di relazionarsi. Più si è abili nel riconoscere cosa comunichiamo nel nostro progetto educativo e maggiore sarà la possibilità di donare serenità. Un genitore capace di far questo è capace di rendersi conto di quando suo figlio/a ha bisogno di aiuto e di attivarsi in maniera tempestiva ed efficace.

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