Al momento stai visualizzando Quando i bambini piangono davanti a tutti

Quando i bambini piangono davanti a tutti

È comune vedere i bambini piangere. È altrettanto comune vedere adulti che tentano di “correre ai ripari” cercando di mettere a tacere questo comportamento. Perché? Innanzitutto perché il pianto è culturalmente ed erroneamente associato a qualcosa che va nascosto, bloccato: piangere è sinonimo di debolezza. Impariamo, crescendo, che è qualcosa che possiamo permetterci di fare quando nessuno ci vede. I bambini sono istintivi, vivono le emozioni nell’immediatezza e non hanno ciò che invece possiede l’adulto: il timore del giudizio. Dunque, poco importa se ci sono due, cinque o venti persone. Se sono a casa, tra amici o al parco. Tutto è incredibilmente fluido. Anche il pianto. Per il bambino, appunto, ma non per l’adulto. Inoltre, il pianto del bambino ci mette in difficoltà. Specialmente se questo è prolungato.

Ma quale è il significato del pianto?

Dietro ogni lacrima, c’è un bambino completamente schiacciato dalla sua emotività che non può ancora modularsi autonomamente considerata l’immaturità del sistema nervoso. Tutti i bambini hanno bisogno della vicinanza dell’adulto affinché si possano tranquillizzare. L’adulto che accoglie, pazienta e si sintonizza sul bisogno del bimbo è un adulto che non solo restituisce protezione ma che quieta la crisi emotiva. Non c’è bisogno di stupire con effetti speciali, c’è necessità di capire cosa prova emotivamente il bambino per tranquillizzarlo. Più ci si abituerà a questo comportamento di sintonizzazione e meno dureranno le crisi emotive. Si può incorrere ad un grandissimo errore quando non siamo consapevoli di questo, ovvero diventare gli adulti che non capendo, invalidano i bisogni dei bambini. Di seguito riporterò una serie di frasi che sono l’esempio di invalidazioni emotive più frequenti.

“Che piangi a fare?”

“Non c’è bisogno di piangere”

“Piangere è da stupidini”

“Sei l’unico/a che piange qui dentro”

“Guarda che se piangi ancora mamma/papà/nonna ecc si offende”

“Se piangi chiamo il lupo cattivo/ non ti compro il giocattolo/ non ti porto al parco”

“Sei grande ormai basta piangere”

“Ma come? Non fai mai storie..adesso che ti succede?

Queste sono solo alcune delle tante frasi che si dicono in momenti di difficoltà di sintonizzazione, quando il bambino ci mostra la sua fragilità e noi non siamo in grado di coglierla ricorriamo a comportamenti verbali di squalifica con il solo obiettivo di tornare alla tranquillità. In realtà, in questo modo, ciò che il bambino è in grado di cogliere è solo che piangere è sbagliato, che provare certi bisogni è sbagliato. Oltretutto, l’invalidazione non porta mai alla risoluzione di una crisi emotiva, al contrario la rinforza perché il bambino sente crescere dentro di lui anche la frustrazione derivata dal non essere capiti. Questa frustrazione ha un nucleo emotivo misto a rabbia, paura e tristezza che più in là nel tempo si trasformerà in vergogna. Dovrebbe essere vietato educare alla vergogna dei sentimenti. Quando vedete un bambino piangere, allora, siate lieti, avete l’occasione di restituire al bambino il valore di ciò che prova.

Lascia un commento