In questo articolo, vorrei esprimere il mio pensiero riguardo al recente dibattito sul presunto aumento delle diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) nelle scuole italiane: è veramente in atto una “psichiatrizzazione” della scuola elementare, come dichiarato dal filosofo Umberto Galimberti, per cui ci sarebbe una tendenza dei genitori a cercare certificazioni per facilitare il percorso scolastico dei propri figli?
In risposta all’affermazione di Galimberti, il professor Giacomo Stella, psicologo e fondatore dell’Associazione Italiana Dislessia (AID), ricorda che i DSA rappresentano neurodiversità reali, riconosciute dalla comunità scientifica e dalla legislazione italiana (L. 170/2010) e che sono il 6% della popolazione scolastica, come da recenti statistiche ministeriali.
Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, non sono “malattie” o il risultato di una mancanza d’impegno o di cattiva educazione, ma rappresentano differenti modalità di funzionamento cerebrale.
E questo è una evidenza frutto di una ricerca scientifica e rigorosa.
È fondamentale la diagnosi per accertare la presenza di Disturbi Specifici dell’Apprendimento e poter intervenire: giusti strumenti, nel quadro di una corretta terapia e tutoraggio, sono a sostegno delle strategie di apprendimento dei nostri bambini e ragazzi.
I Piani Didattici Personalizzati (PDP) sono strumenti pedagogici progettati per adattare l’insegnamento alle esigenze specifiche di ogni studente, promuovendo così l’inclusione e il benessere scolastico, non “scorciatoie” per agevolarne il percorso.
Con la mia esperienza di psicologa, psicoterapeuta, conosco il disagio, la sofferenza e la paura dello stigma provati da bambini, ragazzi con DSA e dai loro genitori. In taluni casi la fatica ad accettare la situazione, con il timore di pensarsi “diversi” e incapaci di non farcela nello studio e, chissà, in futuro nel lavoro.
Lo dico con il dovuto rispetto, occorrerebbe avere una reale esperienza e conoscenza scientifica di ciò che si afferma, prima di esporre inesattezze: quando a farlo sono protagonisti del mondo della cultura, non si può nascondere un certo disagio e una certa amarezza. Il rischio, tra le altre cose, è quello di non permettere lo sviluppo di una scuola inclusiva.

