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Fatica cognitiva ed emotiva nei DSA: il “carico invisibile”

Quando parliamo di disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), pensiamo subito alle difficoltà nella lettura, nella scrittura, nell’imparare le regole grammaticali, nelle difficoltà di calcolo, ma spesso non siamo pienamente consapevoli del carico e della fatica continua, non solo mentale e cognitiva, ma anche emotiva, che accompagnano i nostri ragazzi, bambini e anche adulti nella vita di tutti i giorni con i DSA.

C’è una fatica cognitiva, in quanto la persona dislessica, disortografica, disgrafica o discalculica svolge attività che per altri sono più veloci, più rapide, più automatiche e che per lei invece richiedono molte più risorse mentali. C’è una stanchezza precoce, con cali di attenzione che danno un senso di “testa piena” e di difficoltà ad organizzare i propri ambiti di lavoro.

A questa fatica mentale si accompagna anche una fatica di tipo emotivo, perché viene spontaneo il confronto con i pari e la paura di sbagliare, che possono minare l’autostima. La frustrazione e l’ansia da prestazione, che generano demotivazione, insieme alla fatica cognitiva, non sono capricci, ma reazioni comprensibili e spesso inconsapevoli di chi soffre di disturbi specifici dell’apprendimento.

È un carico invisibile, perché chi osserva dall’esterno vede soltanto la performance finale, il risultato, un compito più lento, una distrazione, un errore, ma non vede lo sforzo enorme che c’è dietro. Per questo, frasi come “se si impegnasse di più”, “è intelligente, ma è svogliato”, pesano e aumentano il carico emotivo.

Possiamo intervenire con il giusto tutoraggio, con strumenti compensativi, tempi adeguati, riconoscimento dello sforzo e un clima di fiducia in famiglia, a scuola e sul lavoro, ma è importante sensibilizzarci su questo aspetto: rendere visibile il carico invisibile di chi ha a che fare con un disturbo specifico dell’apprendimento è il primo passo per alleggerirlo.

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