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Quando il fare diventa un modo per non fermarsi

Ci sono persone che sembrano avere sempre tutto sotto controllo: lavorano, organizzano, si prendono cura degli altri, rispondono ai messaggi, rispettano le scadenze, risolvono problemi. Sono sempre efficienti, sempre sul pezzo. Anche quando qualcosa va storto, continuano. Dall’esterno sembrano forti, affidabili, instancabili. Ma cosa succede quando questa capacità di funzionare diventa l’unico modo di vivere?

A volte fare, organizzare, produrre può diventare un modo per non fermarsi ad ascoltare ciò che accade dentro. Quando il rumore delle attività si spegne e non c’è più nulla da fare, possono emergere pensieri, emozioni, stanchezza, solitudine o preoccupazioni che durante la giornata sono state tenute a distanza. E allora si ricomincia, con un’altra attività, un’altra incombenza, qualcosa da sistemare.

Il problema nasce quando non riusciamo più a fermarci. L’efficienza non è sempre benessere e, in una cultura che ci porta a sentirci importanti quando siamo produttivi e utili, è importante chiederci quanto sia diventato rigido il nostro modo di funzionare: riesco a riposarmi senza sentirmi in colpa? Riesco a dire di no? Come mi sento quando non ho nulla da fare?

Anche il corpo può dare dei segnali: stanchezza persistente, tensione muscolare, difficoltà a dormire, irritabilità, mal di testa. Imparare a fermarsi non significa essere meno ambiziosi o perdere tempo, ma ascoltarsi e fare chiarezza dentro di sé, anche chiedendo aiuto, quando necessario, attraverso un percorso psicologico o psicoterapeutico: il modo per tornare a stare bene.

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