Una delle dinamiche chiave dell’esperienza di psicoterapia dell’età evolutiva è rappresentata dai Laboratori.
I laboratori creativo-terapeutici sono dei veri e propri spazi e momenti di crescita, condivisione e verifica, in cui il bambino o il ragazzo riesce a sperimentare e trasformare ciò che ancora non riesce ad esprimere.
Ci sono bambini che fanno fatica a raccontare ciò che sentono, ragazzi che non trovano le parole per spiegare una rabbia che sembra arrivare prima di loro, altri che vivono il contatto con gli altri, le regole, il cambiamento o le proprie emozioni come qualcosa di faticoso e imprevedibile.
Ecco perché attraverso movimento, narrazione, costruzione, materiali e immagini, il laboratorio consente ai nostro ragazzi di fare qualcosa che spesso precede la possibilità di raccontarlo: ciascuno può mettere fuori di sé un vissuto, osservarlo, modificarlo, distruggerlo e ricostruirlo, attribuirgli un significato nuovo. Il materiale diventa così un mediatore tra il mondo interno e quello esterno, e il terapeuta accompagna questo processo senza sostituirsi al bambino nell’interpretazione di ciò che sta vivendo.
Questo approccio può assumere un valore particolare quando ci troviamo di fronte a condizioni come il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP), l’ADHD o i disturbi dello spettro dell’autismo. Nel disturbo oppositivo provocatorio, per esempio, la dimensione laboratoriale può offrire un contesto nel quale la relazione con la regola non sia soltanto una continua contrapposizione.
Anche nell’ADHD l’esperienza laboratoriale può rappresentare uno spazio prezioso, soprattutto quando viene progettata tenendo conto dei tempi attentivi, della necessità di movimento, della ricerca di stimoli e della difficoltà nella regolazione dell’impulsività.
Nel lavoro con bambini e ragazzi nello spettro dell’autismo, invece, il laboratorio può offrire un ambiente strutturato ma sufficientemente flessibile per favorire comunicazione, reciprocità, condivisione e possibilità di espressione.
La forza del laboratorio terapeutico risiede dunque nella possibilità di vedere il bambino/ragazzo, fare esperienza di sé. Nel gioco e nella produzione creativa emergono il modo in cui affronta un errore, reagisce a una difficoltà, chiede aiuto, tollera un cambiamento, entra in relazione, accetta o rifiuta una proposta.
“Gli uomini sono nati per giocare. Nient’altro. Tutti i bambini sanno che il gioco è più nobile del lavoro”, afferma Cormac McCarthy, scrittore statunitense. Il gioco si fa realtà essenziale, parte di vita vissuta e condivisa, terra su cui crescere.
Indaco lo spazio che cura è nato anche per questo: promuovere lo sviluppo integrale delle persone, a livello corporeo, emotivo, intellettivo, sociale e relazionale.
Un compito che dà senso al nostro essere educatori, tutor e terapeuti: un impegno da condividere con genitori e docenti.
