Social network e intelligenza artificiale (AI) non sono più semplicemente degli strumenti, ma sono ormai parte essenziale, direi coessenziale, della realtà quotidiana. Si è parlato, in questi anni, del ruolo poco visibile degli algoritmi, di ciò che sta dietro e regge le dinamiche tecnologiche che influenzano la comunicazione e le relazioni umane, fino a incidere sul nostro modo di vivere.
I social sono progettati per mantenerci coinvolti: un contenuto ne richiama un altro, una notifica interrompe ciò che stiamo facendo e la nostra attenzione viene continuamente sollecitata. Il rischio è un’alterazione della stessa, è l’abituarsi a una mente sempre occupata, con sempre meno spazio per fermarsi, per il silenzio, la noia, la riflessione.
Anche il modo in cui guardiamo noi stessi cambia: sui social scegliamo cosa mostrare e riceviamo continuamente segnali di approvazione, like, commenti, visualizzazioni. Il valore di ciò che facciamo finisce così con il confondersi con il valore che noi attribuiamo a noi stessi o che gli altri ci attribuiscono. Confrontiamo il “backstage” della nostra vita con il palcoscenico degli altri, per così dire.
L’intelligenza artificiale, poi, aggiunge una nuova dimensione: parliamo con interlocutori sempre disponibili e capaci di adattarsi a noi. Sebbene sia una possibilità utile, pone una domanda importante: cosa accade quando possiamo evitare la complessità, il conflitto, la frustrazione, inevitabili nei rapporti umani?
La tecnologia, di per sé, non è necessariamente un problema: può creare connessioni, favorire l’apprendimento, offrire nuove opportunità. La questione è capire quale spazio le consentiamo, entro quali confini le permettiamo di entrare nella nostra vita.
La vera sfida è proteggere la nostra autonomia, quell’aspetto profondamente umano che comprende anche il potersi sentire sbagliati, il poter cadere e imparare dalle cadute, il poter stare in una situazione di difficoltà per affrontarla e, da quella, rinascere.
Forse la domanda non è più quanto tempo passiamo online, ma che cosa la tecnologia sta facendo al nostro modo di pensare, di sentirci e di stare con gli altri. Siamo veramente sereni e capaci di attenzione a noi stessi? Possiamo dirci autentici o inseguiamo, inconsapevolmente, modelli dettati dai social, per farci accettare?
